Omelia - Domenica 15.02.2026, Ultima dopo l'epifania - anno A



Ultima dopo l’Epifania 15-02-2026 anno “A”
Os 1,9a; 2,7a.b-10.16-18.21-22; Rm 8,1-4; Lc 15,11-32

VANGELO Lc 15, 11-32
Lettura del Vangelo secondo Luca
In quel tempo. Il Signore Gesù disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre:“Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci, ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!
Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse:
“Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi.
Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto
questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre:
“Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che
è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

[1] Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo.
[2] I farisei e gli scribi mormoravano: "Costui riceve i peccatori e mangia con loro".
“Il figlio maggiore si arrabbiò”.

Spontaneamente, ci verrebbe da esclamare: “Ha fatto bene!”.
Dobbiamo però domandarci: perché si è arrabbiato? Cosa è successo?
Il padre ha compiuto un gesto di misericordia verso il figlio minore.
Allora la domanda diventa: perché all'uomo fa male vedere che un altro sia amato? Come è possibile che l' amore susciti invidia? Cosa abita nel cuore del figlio maggiore, dal momento che, constatando l'amore e la bontà del Padre, non solo non gioisce, ma, addirittura, si rattrista e si arrabbia?
Il cuore del figlio maggiore non è un cuore di figlio, ma di servo, di schiavo.

Lo afferma lui stesso: “Io ti servo da tanti anni…”. Sebbene sia rimasto tanti anni nella casa del Padre, non ha mai vissuto da figlio.
Un segno che rivela il nostro vivere da figli è quello di riconoscere gli altri come fratelli e, quindi, essere disposti a far festa con loro.
Effettivamente, il figlio maggiore non chiama mai “fratello” il più giovane; rivolgendosi al Padre, si limita
ad additarglielo come “questo tuo figlio...”.
Non è in grado di riconoscerlo fratello, perché egli stesso non ha mai vissuto da figlio.
Eppure, ci verrebbe da notare che il maggiore è sempre rimasto nella casa Padre… nella casa o nei campi? Resta con il Padre, ma non nella sua casa; la casa, infatti, è il luogo dell’intimità. Egli non entra in intimità con il Padre, per questo non fa l’esperienza dell’essere figlio.
In altre parole, il fratello maggiore rimane vicino al Padre, senza però comprenderne il cuore.
Chiediamoci allora: cosa ha portato il figlio maggiore a non vivere da figlio, pur rimanendo nella casa del Padre? Cosa gli ha impedito di entrare nel cuore del Padre?
Ho provato a pensare che ciò che l’ha portato a stare nella casa del padre come servo e non come figlio è aver interpretato la relazione con il padre in modo commerciale (un rapporto di dare-avere). Egli sembra essere condizionato dalla logica del merito, quasi dovesse conquistarsi l'amore del Padre: per questo assume un atteggiamento servile.
“Io ti servo e tu mi dai il capretto”: ecco come ragiona il fratello maggiore.
È la stessa logica di chi crede, pensando così di ottenere dei vantaggi da Dio.
Quando anche noi – magari in riferimento a una malattia o a qualcosa di negativo che ci capita – diciamo: “Dio non doveva farmi questo! Con tutto quello che faccio per Te”, ecco che cadiamo dentro una logica di dare-avere: logica del merito e non della gratuità.
Siccome faccio tante cose per Dio, non mi merito questo… oppure: merito il tuo amore e la tua attenzione proprio per tutto ciò che faccio.
Sulla distanza, un simile atteggiamento è molto pericoloso, perché rende giudici non solo del fratello, ma del Padre stesso. Il maggiore, infatti, giudica tutti. Ricordiamo l’inizio del capitolo 15? “I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro»”. Il maggiore rappresenta i farisei e gli scribi.
A volte penso che la tentazione tipica di chi vive nella casa del Padre sia proprio quella di giudicare gli altri. “Signore, ti dono molto tempo della mia vita, nel mio impegno in parrocchia, per la chiesa, per l’oratorio.. tu concedimi di stare alla tua destra a giudicare le nazioni!” Direbbero i figli di Zebedeo.
La consapevolezza di esserci coinvolti con il Signore ci può portare a pensare di aver pagato il prezzo per avere il diritto di elevarci a giudici sugli altri.
A volte, penso che il figlio minore vada via dalla casa del padre non per colpa del padre, ma per colpa di un figlio maggiore così. Non dovremmo invece mai dimenticare che il nostro servizio al Signore è una forma di riconoscenza per quanto abbiamo ricevuto da lui.

In sintesi: il figlio maggiore fatica a gioire dell’amore del Padre verso suo fratello, perché non vive da figlio, bensì da servo. Interpreta, infatti, il proprio rapporto con il padre in modo commerciale. Io ti do e tu mi devi dare. Anzi, proprio perché io ti do tanto, mi merito la capacità di giudicare gli altri e anche te, o Dio, che a motivo di quello che ti do sei in debito con me: per questo dico che non puoi perdonare mio fratello.
Piano piano, questa logica commerciale ci porta a metterci al posto di Dio.
Il figlio maggiore ha dimenticato che l’amore di Dio non va meritato: è già dato in partenza. Non dobbiamo essere buoni affinché Dio ci ami; al contrario, è proprio l’amore di Dio a farci diventare buoni.
Quello che facciamo non è per meritarci l’amore di Dio, che ci è dato già in partenza; semmai, il nostro agire è un modo per ringraziare Dio.