Sir 24,1-12; Rm 8,3b-9a; Lc 4,14-22;
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, Dio, mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della Legge fosse compiuta in noi, che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito. Quelli infatti che vivono secondo la carne, tendono verso ciò che è carnale; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, tendono verso ciò che è spirituale. Ora, la carne tende alla morte, mentre lo Spirito tende alla vita e alla pace. Ciò a cui tende la
carne è contrario a Dio, perché non si sottomette alla legge di Dio, e neanche lo potrebbe. Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi.
Vorrei attirare l’attenzione sulla seconda lettura, dove troviamo il motivo per cui Dio ha mandato Gesù.
La lettera ai Romani, oggi, inizia così: Dio mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, ha condannato il peccato.
È un modo più elaborato per dire che Dio è venuto a salvarci dal peccato.
Paolo racconta questa salvezza, dicendo di non vivere secondo la carne, ma secondo lo Spirito. Noi siamo salvati, quando viviamo secondo lo Spirito. Quando Paolo parla della vita secondo la carne non fa riferimento solo a una vita che si lascia andare alle passioni, agli istinti della carne, ma è una vita che non è sotto la guida dello Spirito di Gesù.
Una vita secondo la carne è una vita sotto la guida degli idoli.
Cosa fa scivolare una vita nelle mani degli idoli? Certo, uno potrebbe dire: le nostre
fragilità, la nostra debolezza. Ma credo che questa debolezza, talvolta, è alimentata da un discorso su Dio non del tutto corretto.
C’è un modo di guardare a Dio che diventa terreno fertile per scivolare nelle mani degli idoli, per scivolare in una vita secondo la carne e non secondo lo Spirito.
Quando noi immaginiamo Dio come il totalmente altro, quando Dio è il trascendente,
l’inconoscibile, stiamo dicendo che noi non lo possiamo conoscere e stiamo negando tutto il mistero dell’Incarnazione celebrato a Natale, in cui Dio, in Gesù di Nazareth, si è fatto conoscere, si è reso comprensibile agli uomini.
Quando, dietro la parola “Dio”, non mettiamo la storia di Gesù di Nazareth noi rischiamo di lasciare che la parola “Dio” sia una parola vuota, facilmente sostituita dagli idoli.
Lasciamo agli idoli il trono che spetta a Dio.
Il Natale che stiamo celebrando è importante, perché ci fa dire che Dio vuole farsi
conoscere, vuole costruire una relazione con gli uomini.
Dio, facendosi carne, vuole parlare un linguaggio comprensibile agli uomini, perché è solo nella comprensione che si riesce a intendersi e a costruire una relazione.
Detto altrimenti: proprio perché nella carne di Gesù noi possiamo conoscere Dio,
possiamo anche decidere di amarlo.
Talvolta, oggi, si avverte un ritorno al sacro che si radica in un’immagine di Dio come il
totalmente altro, l’ineffabile, l’inconoscibile: se questa posizione in parte è vera rischia
però di negare il mistero dell’incarnazione, dove Dio si è reso conoscibile, dove Dio,
facendosi carne, come dice Paolo, si è raccontato e ha espresso il suo desiderio di costruire un rapporto con gli uomini.
Questo ritorno al sacro radicato in un Dio inconoscibile si esprime, poi, attraverso gli
incensi, il ritorno al latino, attraverso un forte senso di indegnità, con l’impossibilità di
toccar con le nostre mani il corpo del Signore. Lo spazio del sacro è il totalmente altro.
Io credo, invece, che c’è una sacralità laddove ciascuno sta davanti a Dio in verità.
Uno sguardo su Dio come l’inconoscibile rischia di farcelo sentire lontano, distante e tutto questo può portare a Dio come a un vuoto che facilmente riempiamo con un idolo.
A partire da questi due sguardi su Dio ne consegue un certo tipo di pastorale.
Dio come ineffabile ci porterà a trovare delle norme, delle regole, una legge che ci fa
rimanere legati a lui, una legge che ci serve per dire che siamo nella volontà di Dio.
Si scivola nel legalismo: le regole diventano l’idolo, che colma il vuoto di questo Dio, che non possiamo conoscere. Si può imporre la legge, generando, così, una pastorale
impositiva.
Potremo imporre di venire a messa, ma non potremo mai imporre di amare Dio.
La stessa liturgia scivolerà dall’essere un culto a Dio a un culto del rituale, priva di ogni creatività, perché, nel legalismo, la libertà, sorgente di ogni creatività, è sempre vista con sospetto.
Se, invece, posso conoscere Dio nella carne di Gesù di Nazareth, attiveremo una pastorale che annuncerà l’amabilità di questo Dio, una pastorale che si impegnerà a testimoniare quanto Dio sia degno di amore. L’amore nasce dalla libertà e libera.
A Natale, abbiamo celebrato Dio che si è fatto carne per farsi conoscere.
Nella carne di Gesù, noi possiamo conoscere Dio e, per questo, possiamo decidere di amarlo.