Omelia - Domenica 18.01.26, Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – anno A



Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – anno A
Sir 7,27-30.32-36; Col 3,12-21; Lc 2,22-33

Dal libro del Siracide
Onora tuo padre con tutto il cuore e non dimenticare le doglie di tua madre. Ricorda che essi ti hanno generato: che cosa darai loro in cambio di quanto ti hanno dato? Con tutta l’anima temi il Signore e abbi riverenza per i suoi sacerdoti. Ama con tutta la forza chi ti ha creato e non trascurare i suoi ministri. Anche al povero tendi la tua mano, perché sia perfetta la tua benedizione. La tua generosità si estenda a ogni vivente, ma anche al morto non negare la tua pietà. Non evitare coloro che piangono e con gli afflitti móstrati afflitto. Non esitare a visitare un malato, perché per questo sarai amato. In tutte le tue opere ricòrdati della tua fine e non cadrai mai nel peccato.

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito
sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio «una coppia di tortore o due giovani colombi», come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio,
dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui.


Onora tuo padre con tutto il cuore e non dimenticare le doglie di tua madre. Ricorda che essi ti hanno generato. Così oggi inizia il brano liturgico, tratto dal libro del Siracide.
Quando, nella Bibbia, c’è il verbo ricordare, vuol dire che siamo ai fondamentali.
Ricordare corrisponde a ciò che non dobbiamo dimenticare, perché su di esso possiamo costruire la vita.
Ricordare vuol dire portare al cuore e, dal cuore, nascono le scelte della vita.
Cosa vuol dire, allora, ricordare che essi ci hanno generato? Cosa vuol dire ricordare che ciascuno di noi ha un padre e una madre?
Fare memoria di chi ci ha generato è guardare alla vita come un dono.
Forse, il senso ultimo del quarto comandamento (“onora tuo padre e tua madre”) risiede in questa capacità di riconoscere la vita come un dono e anche il prendersi cura di loro equivale a ricordarci continuamente che la nostra vita è un dono, è dipesa da altri.
Questo sguardo sulla vita diventa un punto di partenza, che ci può aiutare ad interpretare come stare nella vita stessa.
Una realtà è dono, quando noi non abbiamo fatto niente per meritarcela o per conquistarcela.
Per questo, il dono conosce sempre l’effetto-sorpresa.

Di fronte ad un dono, noi possiamo esclamare: “non me l’aspettavo!”. Il dono genera, infatti, stupore e ci fa ringraziare.
Ricordare chi ci ha generato è rendersi conto che la vita è un dono e il modo migliore per attraversarla è quello di rimanere stupiti e ringraziare per questo dono della vita.
Sarebbe bello, oggi, durante l’adorazione pomeridiana – chi non può trovi un altro momento – ringraziare il Signore per i doni ricevuti dalla nostra famiglia: il primo dono è la vita stessa ricevuta dai nostri genitori. Ricordiamo chi ci ha generato e ringraziamo.

Anche il buon Simeone, nel vangelo, ci suggerisce come stare davanti a un dono.
Con il gesto di accogliere nelle sue braccia Gesù bambino lo accoglie come un dono che Dio fa al suo popolo.
L’accoglienza del dono lo porta a benedire Dio.
A volte, penso che l’incapacità di benedire la vita, di benedire gli altri nasca proprio da questa incapacità di riconoscerli come un dono. L’incapacità di riconoscere i doni ricevuti nella nostra vita, ci allontana da un cuore benedicente.
Come mai si fatica a riconoscere i doni che abbiamo ricevuto nella vita – e la vita stessa – come un dono?
Penso che il nostro amor proprio diventa il goretex che ci rende impermeabili di fronte ai doni di Dio. Sembra che tutto quello che abbiamo ci è dovuto, lo abbiamo meritato, siamo stati bravi noi a conquistarcelo.
Non ci si sorprende più di niente e non si prova stupore perché il nostro “IO” è gigante. Niente è dono, perché il nostro amor proprio ci porta a pensare che ce lo meritiamo, per cui tutto è dovuto.
Quando diciamo: “Mi sono tirato il mazzo per questa cosa, ho fatto sacrifici per ottenere quest’altra”, stiamo dicendo che ciò che abbiamo ottenuto ce lo meritato.
Diverso sarebbe dire “ringrazio il Signore che mi ha dato la forza, l’energia per impegnarmi a fare alcune cose”. Attraverso queste parole, uno rimanda quello che fa a Dio, lo riconosce come un dono, vive nello stupore, uno si stupisce anche di quello che riesce a fare. È l’atteggiamento umile di chi rimanda tutta la sua vita a Dio. Appunto, una vita che è dipesa da altri o, meglio, che dipende da un Altro.
Infatti, come continua il Siracide, dopo aver detto Ricordati che essi ti hanno generato? Continua dicendo così: cosa darai loro in cambio di quanto ti hanno dato?
Ma, soprattutto, continua dicendo: temi il Signore. Cioè: riconosci che, dietro ai doni della tua vita, c’è il Signore e non il tuo amor proprio.
Vorrei che oggi tutti facessimo memoria di essere figli. Questo essere figli ci accomuna davvero tutti.
E, in questo essere figli, riconosciamo che la nostra vita è dipesa da altri, che non è vero che noi possiamo bastare a noi stessi, perché, quanto meno, l’inizio di quello che siamo non è dipeso da noi.
Abbandoniamo il nostro amor proprio, che ci porterebbe a pensare che questa vita ce la siamo meritata, per rimanere sorpresi del fatto che il Signore ha voluto uno come me in questo mondo e, stupiti di questo, ringraziamo il Signore e i nostri genitori.
Onora tuo padre con tutto il cuore e non dimenticare le doglie di tua madre.
Ricorda che essi ti hanno generato.