Editoriale del 01.02.2026



ABITARE LE TENSIONI, PER VIVERE LA CHIESA DI OGGI

Ho partecipato in questi giorni a un aggiornamento per i parroci di Milano e ho avuto modo di ascoltare il gesuita p. Giacomo Costa. Presentando (e commentando) il documento finale della XVI assemblea generale del Sinodo dei Vescovi, p. Costa mi ha fatto pensare intensamente a noi, alla nostra Comunità pastorale. Il suo concetto era questo: le tensioni non sono problemi da risolvere ma da abitare. Nel nostro tempo è abituale che le parti si contrappongano o si polarizzino; talvolta si cerca di risolvere nel modo più semplice: annullando una parte rispetto all’altra. Ma appunto, guardiamo la cosa in modo diverso: le tensioni non sono problemi da risolvere ma una condizione da abitare. In quali tensioni potremmo ritrovarci anche noi?

La prima tensione, legata allo stile sinodale oggi chiesto alla Chiesa, nasce tra autorità e partecipazione. Lo stile sinodale della chiesa chiede che molti partecipino al processo decisionale di scelte pastorali: infatti stiamo cercando di rendere sempre più partecipate le assemblee parrocchiali. Però chi presiede una comunità è chiamato ad assumersi la responsabilità di dire l’ultima parola (non l’unica parola), come frutto del processo decisionale. Chiedere di partecipare, cercare consenso su una decisione pastorale, può far nascere un rischio: mortificare la profezia, che può smuovere situazioni incancrenite o stagnanti, e aprire processi che generano vita. Ma è vero anche che è sbagliato esercitare la presidenza in modo autoritario, mascherandosi dietro alla profezia. Ecco una tensione da “abitare”.

Un'altra tensione è quella tra unità e diversità. Noi, come Comunità Pastorale, siamo chiamati a offrire un percorso comune, pur mantenendo la diversità delle singole parrocchie. “Abitare” questa tensione significa andare verso la “convivialità delle differenze”; significa avviare percorsi di comunione senza mortificare la vivacità delle singole parrocchie. Il rischio: andare verso l’uniformità delle diverse comunità. Ecco un’altra tensione: non un problema da risolvere, ma una condizione da “abitare”.

Vedo un’altra tensione da abitare, che emerge nel vissuto di una metropoli come Milano: quella tra radicati e pellegrini. I “radicati” sono quelli che tengono viva la comunità, animandola con le loro iniziative. Hanno il compito di gestire i “pellegrini”: quelli che “passano” per le nostre comunità, a cui chiedono alcuni servizi (i sacramenti, la possibilità di fare sport, il doposcuola, momenti di aggregazione, l’Oratorio estivo…). Esistono anche altri “pellegrini”: cercatori di senso, che si avvicinano anche per la proposta spirituale che la parrocchia offre. La parrocchia diventa un crocevia di persone. La compresenza di “radicati” e “pellegrini” è un’altra tensione da abitare: una domanda che determina lo stile di noi come comunità cristiana.

Non ho risposte prefabbricate. Però… però lasciamo risuonare dentro di noi questa idea: le tensioni non sono problemi da risolvere ma una condizione da abitare. Convertiamoci a vedere le cose così!

Don Davide