L’ultimo editoriale dell’anno pastorale
L’estate è arrivata e io, con questo editoriale, vorrei ringraziare quanti, durante questo anno, si sono spesi per la vita delle nostre comunità. E vorrei dire un grande grazie a quelli che, con la loro fede, hanno sostenuto la fede degli altri.
A questo scopo ho pensato di condividere con voi una riflessione sul nostro essere credenti: un pensiero sulla nostra fede.
Mi faccio aiutare da un commento di don Giulianzo Zanchi al testo evangelico delle nozze di Cana.
Al banchetto di nozze: l’acqua si trasforma
Lo sappiamo: al banchetto di nozze viene a mancare il vino e Gesù parte dall’acqua... per rimettere in tavola il vino. «Il vino che ricompare parla della gioia che ci sarà, quando non saremo più qui, e non ci sarà più questo mondo, e sarà finita questa storia, e sarà tutto trasportato oltre il piccolo ‘qui’ che conosciamo, e tutto sarà trasformato in quello che avrebbe sempre dovuto essere, e anche noi diventeremo quello che non siamo stati del tutto capaci di essere, e saremo finalmente adatti all’umanità che ci è stata data, senza i nostri timori e i nostri complessi.
Ecco cosa sarà il vino, e come sarà bello scoprire che abbiamo fatto bene a fidarci, che abbiamo fatto bene a fare il bene, quelle volte che ci siamo riusciti.
Ma il vino Gesù non lo mette direttamente in tavola, così in un colpo, come in un gioco di prestigio che fa comparire le cose dal niente. No, Gesù lo fa arrivare come acqua trasformata, come trasformazione di quello che prima era acqua.
Non è una magia, e guai a interpretare così. Anche questa è una parabola. Significa che non esiste un «dopo» miracoloso, messo lì come dal niente, che fa scomparire il «prima» come se niente fosse. C’è, invece, una trasformazione della vita, e della sua finitezza, e di tutti i suoi limiti, e del coraggio di attraversarli. Noi vogliano che il «dopo» sia il nostro «prima» messo in salvo e reso migliore: non esisterà vino che non sia acqua trasformata».
La fede dei servitori
«In questa storia – continua don Giulianzo Zanchi – solo i servitori sanno dell’acqua. Accettano di portarla in tavola consapevoli che viene attesa come vino: sono nel timore di fare la fi gura degli stupidi. Eppure si consegnano con fiducia a questo compito apparentemente senza logica. Se non è fede questa, cosa può essere fe-
de?
La fede del discepolo sa di non poter portare il vino – cioè la pienezza, il riscatto, la gioia che ci sarà –, sa solo che tutto parte dall’acqua, dalla scommessa sulla vita come cosa buona, anche di fronte alle contraddizioni.
La cultura che respiriamo oggi, soprattutto i ‘saperi forti’ che organizzano l’amministrazione della vita sociale, ci ha tolto le parole – e anche i pensieri – per esprimere la vocazione trascendente delle nostre esistenze, cioè non ci aiuta più a desiderare il buon vino. Vuole anche convincerci che pure l’acqua è sostanzialmente contaminata, che cioè la condizione umana è infettata in partenza. I cristiani sono i servitori che scommettono sulla bontà dell’acqua, aspettando il buon vino, sicuri che il buon vino si farà con la loro acqua».
Buona estate a tutti, tenendo alta la reputazione dell’acqua e tenendo viva l’attesa del buon vino!
don Davide


